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Mercoledì, 05 Aprile 2017 18:58

Intervista a Livio Rolle

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I collezionisti dell'Appennino

Intervista a Livio Rolle

L’Appennino periodico semestrale del Club Alpino Italiano sezione di Roma 

Anno LXI - n° 1/2013

di Elisabetta Moffa.

IL primo Dicembre 2012 il CAI di Roma ha ospitato l’annuale serata sociale del Club2000m. Tra i relatori anche due soci della Sezione, F. Dente e G. Giua,  premiati, con altri, in una sala strapiena, per aver salito tutte le cime oltre i 2000 metri dell’Appennino.

Ne parliamo con Livio Rolle, uno dei fondatori del Club (gli altri sono Giuseppe Albrizio, Claudio Carusi e Alberto Osti).

Che cos’è il Club2000m e perché avete voluto organizzare il vostro incontro proprio al CAI?

«Il Club riunisce un gruppo di appassionati che si propone di stimolare a conoscere sempre meglio l’Appennino e

ad esplorarne anche le cime meno note. Per far questo ha realizzato l’elenco delle cime dei 2000 dell’Appennino, riportato nel libro omonimo. Per aderire al Club è sufficiente aver salito almeno un monte oltre i 2000 mt. e registrarsi sul sito del Club (www.club2000m.it).

Ci piace condividere e diffondere la nostra passione e il CAI ci sembrava la sede più adatta, visto che premiavamo

2 soci della Sezione».

Dite di aver realizzato voi l’elenco delle cime dell’Appennino oltre i 2000 mt. Non c’era già?

«Non c’era. L’epoca delle grandi esplorazioni è cominciata prima che fosse completata l’unità d’Italia e ha distratto l’attenzione su cime ben più elevate. I topografi si sono limitati a registrare quote significative e i nomi noti dei luoghi man mano che realizzavano le mappe, con uno sguardo molto locale, mentre i geografi sono più interessati al contesto complessivo del territorio, ai suoi risvolti economici o ecologici o di trasporto.

Uno sguardo troppo generale per occuparsi di un elenco di cime, che interessa solo gli appassionati di montagna. D’altronde, anche l’elenco dei 4000 delle Alpi, montagne ben più note di quelle dell’Appennino, è stato definito solo nel marzo 1994 da una commissione internazionale dell’UIAA (con gli esperti dei club alpini di Francia,

Italia, Svizzera), su impulso del Club 4000, ora una sezione del CAI di Torino.

Per l’Appennino c’è stato qualche anno dopo un auspicio in tal senso da parte di Stefano Ardito, stimolo che

noi abbiamo raccolto».

E comunque si sarà trattato al massimo di raccogliere un po’ di nomi da qualche cartina… o non è così?

«La realizzazione dell’elenco non è stata affatto semplice. Per prima cosa non tutte le cime hanno un nome, e non tutti i nomi su una cartina corrispondono ad una cima. Allo stesso modo, non tutti i punti in mappa con una quota oltre i 2000 sono cime. È stato un lavoro lungo.

Ce ne siamo subito resi conto quando abbiamo confrontato gli elenchi che ciascuno di noi aveva realizzato autonomamente. C’era chi aveva 280 voci, chi 220. Per esempio, per qualcuno, tutti i punti in mappa sulla cresta de La Terratta erano cime, anche se poi chi percorre la cresta non se ne rende conto.

Ci siamo dati delle regole per identificare le cime, ma poi occorreva spulciare le cartine, col rischio di dimenticarsene qualcuna. Serviva un lavoro corale, per questo ci siamo uniti, per poi accettare contributi da parte di tutti quanti hanno voluto collaborare. Il Club 2000m si è costituito nel 2007, e finora abbiamo già realizzato 2 edizioni dell’elenco. Ora stiamo lavorando alla terza, che speriamo sia quella definitiva».

Quindi alla base dell’elenco ci sono delle regole. Come le avete definite? Non rischiano di essere troppo soggettive?

«È un rischio che ci era chiaro sin dall’inizio, dopo le prime accese discussioni. Per questo ci siamo ispirati alle regole definite dal Club 4000 e dall’UIAA. Il primo criterio individuato è oggettivo, misurabile: il dislivello relativo rispetto alla sella più alta adiacente, ovviamente per tutti i punti con un’altitudine superiore a 2000 mt. Per l’Appennino lo abbiamo definito di minimo 50 mt., mentre per le Alpi, con situazioni ben più impegnative, è di 30 mt. Approfondendo successivamente la questione ci siamo resi conto che questo è il criterio chiave utilizzato per realizzare tutti gli elenchi di questo tipo. E ovviamente il valore minimo del dislivello dipende dalle altitudini in gioco: per gli 8000 è di 500 mt. I valori sono sensati, ma restano arbitrari: basti pensare che elenchi anglosassoni analoghi hanno misure in piedi, per cui per es. i Munros scozzesi identificano cime oltre i 3000 piedi, che equivalgono a 951 mt.

Abbiamo poi considerato anche che per monti molto estesi punti lontani almeno un km, anche se con un dislivello inferiore a 50 mt, potevano caratterizzarsi come cime. Ci sembrava inoltre sciocco escludere tutte le cime cui era stato dato storicamente un nome, anche se non rispettavano il criterio del dislivello.

Infine avevamo considerato un criterio morfologico, di imponenza d’aspetto, ma non ne terremo conto nell’ultima revisione, perché si presta a troppe discussioni.

Crediamo di aver fatto un lavoro ragionevole, e siamo lieti che la Società Geografica Italiana abbia voluto riconoscerne il valore divulgativo».

Ma se le regole sono oggettive, perché continuate a rivedere l’elenco?

«Perché è facile ignorare una cima, e alcune ci sono state segnalate, anche da soci CAI, dopo i 2 primi elenchi. Perché le cime sono sempre quotate in mappa, ma le selle no, e occorre andare a misurare il dislivello sul posto, per dirimere casi limite. Perché prima abbiamo incluso tutto in base alle cartine, poi abbiamo dovuto togliere

qualcosa dopo aver verificato sul posto.

Per questo ci piacerebbe un maggior coinvolgimento delle varie sezioni CAI dell’Appennino nell’edizione finale.

Perché abbiamo nominato le cime senza nome storico dapprima come anticime di un’altra vicina, per poi trovare dei nomi più pertinenti. Ecco, questa è un’altra area dove ci farebbe piacere un maggior coinvolgimento del CAI: probabilmente ci sono nomi locali non registrati nelle carte IGM o denominazioni definite dai comuni, e questi li conoscono solo gli appassionati locali. Speriamo di riuscire ad avviare questa collaborazione al più presto».

Per tornare al Club, qualcuno prende le distanze da questa forma di collezionismo. Cosa possiamo rispondere ai critici?

«È molto semplice: il collezionismo, per noi, rappresenta uno stimolo a percorrere sentieri poco conosciuti, a non trascurare le mete meno note o quelle più lontane, a studiare le carte.

È un progetto che regala esperienza e conoscenza. Così, inizialmente si è trattato di sapere per quali cime andare a rilevare i dati necessari a includerle o meno nell'elenco.

Man mano il progetto è diventato un incentivo alla scoperta di luoghi insoliti e spesso bellissimi, non frequentati per la distanza, l'impegno necessario o per abitudini domenicali. Un'occasione per scoprire nuove meraviglie del nostro Appennino.

Il condividere con altri appassionati l'esperienza delle cime già collezionate è stata l'idea per stimolare anche loro

a guardarsi attorno.

Poi qualcuno l'ha presa più di petto, e in 2-3 anni ha quasi completato la collezione. Parliamo comunque di gente

che di montagna ne aveva già fatta tanta prima che uscisse l'elenco. Si tratta in ogni caso di un collezionismo

non competitivo perché, alla fine, tutti arriveranno a completare la collezione, chi prima e chi dopo.

Se con la scusa della collezione saremo riusciti a far amare un po' di più l'andare in montagna per godersi la natura

e il nostro Appennino, e a conoscerlo meglio, saremo soddisfatti».

001 - la pagina (1-2) originale de L'Appennino

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002 - la pagina (2-2) originale de L'Appennino

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Letto 320 volte Ultima modifica il Mercoledì, 07 Giugno 2017 10:31
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